Pubblichiamo con piacere una riflessione del Dr. Lovino in risposta all’editoriale “il perverso destino dei risultati scientifici…..e dei nostri soldi” di Gianni Trioli, INFOWINE, Rivista Internet di Viticoltura ed Enologia, maggio 2007.(ndr) “Condivido la critica in esso riportata e la ritengo molto appropriata soprattutto in un momento di grave disagio della ricerca nazionale in agricoltura e nel settore vitivinicolo in particolare. Le aziende vitivinicole italiane sono caratterizzate, per la maggior parte, per essere piccole o medie. Da sole incontrano grande difficoltà nella competizione con i “grandi gruppi” o “multinazionali” nel sostenere il confronto della domanda dei mercati esteri. Esse, perciò, hanno la necessità di essere sostenute, tra l’altro, con le innovazioni di processo e di prodotto, che possono essere fornite dalla ricerca pubblica, poiché, date le modeste dimensioni, le aziende agro-alimentari italiane non hanno la forza economica di reggere i costi della ricerca e della sperimentazione, contrariamente alle multinazionali. Forse è stato questo il “principio” che ha ispirato i legislatori del tempo ad elaborare il DPR n. 1318 del 23 novembre del 1967 e pubblicato nella Gazz. Uff. della Repubblica Italiana del 18 gennaio 1968. Tale DPR, infatti, all’Art. 1 recita che: “ Per provvedere alla ricerca e alla sperimentazione agraria sono istituiti i seguenti istituti scientifici e tecnologici aventi grado pari agli istituti scientifici universitari: …” . Dall’Art.3 fino all’Art. 24 del medesimo DPR sono indicate le missioni dei 22 Istituti Sperimentali allora riconosciuti. L’Art. 22 tratta dell’Istituto Sperimentale per l’Enologia con sede in Asti che “…provvede agli studi ed alle ricerche di ordine fisico, chimico e biologico riguardanti la composizione e la trasformazione delle uve, la preparazione, la conservazione ed il miglioramento tecnologico dei prodotti vinicoli, secondo le esigenze poste dallo sviluppo della produzione vitivinicola nel contesto dei mercati interni ed internazionali”. E’ con questi intenti che hanno operato gli Istituti di ricerca e sperimentazione Agraria, avendo dato, così, notevoli contributi al progresso economico, culturale e sociale nei territori in cui hanno espletato la loro attività. Ovviamente, per essere in sintonia con lo “spirito del legislatore”, i risultati della ricerca e della sperimentazione sono stati sistematicamente divulgati attraverso le riviste italiane del settore, perché fossero portati a conoscenza degli operatori agricoli italiani. Ora, dopo aver operato per l’intera carriera professionale secondo questa logica, i “VECCHI” ricercatori del C.R.A. apprendono con amarezza, che le valutazioni concorsuali poggiano esclusivamente o prevalentemente sulle pubblicazioni effettuate sulle riviste scientifiche ad elevato “Impact Factor”. Le riviste italiane del settore vitivinicolo non hanno nessun punteggio di “Impact Factor”, tranne che l’“ITALIAN JOURNAL OF FOOD SCIENCES (RIVISTA ITALIANA DI SCIENZA DEGLI ALIMENTI) che presenta un Impact Factor di 0,400 (dato 2005, Journal of Citation Reports, Institute for Scientific Information). Pertanto, l’attuale ricercatore italiano che intende fare carriera, deve mettere da parte qualsiasi “sentimento di amor patrio” e gli scopi istituzionali degli Istituti di Ricerca e di Sperimentazione Agraria, così come riportati dal DPR n. 1318 e limitarsi a pubblicare sulle riviste scientifiche internazionali, quasi tutte anglo-sassone, perché dotate di elevati Impact Factor. Questo costituisce un’ulteriore fuga della ricerca scientifica italiana. Pertanto, ancora una volta il “contribuente italiano” sarebbe beffeggiato, perché i soldi pubblici verrebbero utilizzati per sostenere le riviste internazionali e gli operatori agricoli dei Paesi concorrenti.”
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