In questa video intervista ripercorriamo insieme ad Enartis l’importanza dell’utilizzo del chitosano in vinificazione e come, attraverso il suo processo di attivazione specifico, sia possibile avere un controllo mirato dei contaminanti in tutti gli step di vinificazione.  

L’innalzamento delle temperature dovuto al cambiamento climatico in atto sta portando sempre più ad un importante sbilanciamento nella maturazione delle uve. Questo si traduce sempre più in mosti e, conseguentemente, vini dal pH elevato che risultano maggiormente esposti a rischi di contaminazioni microbiche (Brettanomyces, Acetobacter, Zygosaccharomyces, Pediococcus, Lactobacillus ed Oenococcus) che ne inficiano la qualità finale.  
Nel mercato sempre più competitivo in cui ci troviamo, risulta quindi fondamentale per le cantine produrre vini di qualità senza contaminazioni microbiologiche o altri difetti, valorizzando invece una maggiore intensità e complessità aromatica, migliore struttura e consistenza in bocca. 
Inoltre, da un punto di vista di efficienza, all’aumentare dei pH l’azione antimicrobica della solforosa si riduce (si ritiene che un vino con pH 4 necessiti di una quantità di SO₂ quattro volte superiore rispetto a un vino con pH 3,2) e ciò implica aggiunte più massicce di questo additivo che è, però, sempre meno richiesto dal consumatore. 

Enartis ha messo a punto soluzioni bioprotettive, alternative all’anidride solforosa e non allergeniche, a base di chitosano attivato che permettono di contenere lo sviluppo di specifici microrganismi indesiderati preservando la qualità del vino in tutto il processo di vinificazione. 

Scopri di più nella video intervista con Michele Manzo (Sales Manager Enartis Italia) e Francesco Invernizzi (Infowine)