Negli ultimi tempi si fanno sempre più frequenti i congressi, gli articoli e le discussioni sul cambiamento climatico. Pur avendo perso i due interessanti congressi di Zaragoza, ho avuto l’occasione di partecipare recentemente al XIX Incontro Scientifico Lallemand tenutosi a Bordeaux ed alla sessione congiunta enologico-viticola del Simposio di Intervitis a Stoccarda. Entrambi i congressi erano dedicati al cambiamento climatico ed alle conseguenze sulla viticoltura e sulle tecniche di vinificazione. Entrambi i congressi hanno lanciato forte un allarme che non si può ignorare. Anche perché non si parla più di previsioni teoriche, ma di tendenze in atto e documentate in varie regioni viticole. Provo a sintetizzare cosa ci attende, rimandando agli articoli pubblicati su Infowine.com per maggiori dettagli e precisazioni. Le temperature medie annuali a livello planetario saranno maggiori di 2-4 °C (secondo il nuovo rapporto IPCC di Bangkok), le precipitazioni piovose annue saranno molto più ridotte in alcune regioni (tra cui la nostra area mediterranea), le zone geografiche ottimali per la coltivazione di alcune varietà saranno a centinaia di chilometri di distanza dalle attuali … Il quadro è già di per sé preoccupante, ma è entrando nel dettaglio che ci si rende conto veramente di cosa questo significa per il nostro settore. La tendenza all’incremento della temperatura negli anni non avverrà gradualmente: ci sarà un alternarsi di annate più fredde del solito e di altre molto più calde. Anche all’interno della stessa annata, ci saranno picchi di temperatura molto maggiori rispetto all’attuale, ma accompagnati da periodi di freddo intenso. Lo stesso vale per le precipitazioni: annualmente e mediamente avremo meno acqua, ma estati molto più secche coesisteranno con eventi meteorici di eccezionale intensità in primavera ed autunno. In altre parole, un susseguirsi sempre più frequente di annate come il 2003 (caldo ed arido) e 2002 (freddo e piovoso) in Italia. Ma anche annate come il 2006 in Germania (annata secca e calda, improvvisamente tre settimane di pioggia ininterrotta prima della vendemmia, con Botrytis in visibilio). La parola che mi ha allarmato di più è stata quindi la variabilità. Perché un aumento graduale ma costante della temperatura o della carenza idrica può essere gestita da gran parte dei nostri produttori, ma la variabilità … penso di no. Mi spiego. Una grande azienda può avere vigneti in varie zone, con varietà diverse, installare impianti d’irrigazione da usarsi alla bisogna, modificare il sistema di conduzione del vigneto da un anno all’altro, adattare il momento della vendemmia alle condizioni climatiche, attrezzarsi in cantina con tecnologie che permettano di regolare il contenuto finale in alcool nel vino, applicare strategie di acidificazione o disacidificazione, gestire i processi di vinificazione in modo da esaltare o mascherare caratteri organolettici ecc. Ma il piccolo produttore ? Le centinaia di migliaia di viticoltori italiani che hanno a che fare con un ettaro scarso di vigneto non possono cambiarne l’allocazione, sanno coltivare certe varietà solo e soltanto come il padre o il nonno hanno insegnato loro, non hanno la forza economica ed ancor meno la volontà di investire nel loro piccolo vigneto e, soprattutto, non hanno la capacità tecnica necessaria per modificare annualmente il loro modo di lavorare, ad esempio per contrastare occasionalmente fitopatogeni finora sconosciuti nella loro zona. Le decine di migliaia di piccole aziende italiane che vinificano non potranno investire in attrezzature da utilizzarsi magari uno o due anni su dieci, o attenderanno l’ultimo momento perdendo nel frattempo competitività. Il cambiamento climatico quindi sarà un problema soprattutto per la vitivinicoltura europea, rendendo ancora più importante il divario competitivo con il Nuovo Mondo. Anche negli Stati Uniti ed in Australia sono già in atto modifiche delle temperature e del regime di piovosità, ma qui le aziende sono in gran parte di grandi dimensioni. In Europa invece, la gran maggioranza della produzione deriva da soggetti di dimensioni da piccole a microscopiche, che non hanno le capacità di reagire in tempi brevi ad un regime climatico instabile. Nonostante mi stia dilungando un po’ troppo, non voglio terminare il pezzo con una visione catastrofica ma piuttosto cercare di individuare soluzioni. A mio parere le vie percorribili sono due. O meglio una, ed un’altra conseguente. La parola chiave principale è a mio parere la formazione: solo chi sa esattamente cosa fa e perché lo fa può permettersi il lusso di modificare alla bisogna le sue pratiche colturali o di vinificazione. Penso che ci sia ancora una numero troppo importante di produttori che si affidano a ricette ereditate o dettate da altri. L’altra via è quella di concentrarsi sulle tecnologie chimiche o biologiche in cantina. Anzi, in prevalenza quelle biologiche, perché quelle chimiche possono non essere strategiche vista la sensibilità crescente dei consumatori su certi temi. Dato per scontato, infatti, che il vigneto Italia (ed Europa) non ha la capacità di riformarsi o ristrutturarsi veramente in tempi inferiori al mezzo secolo, e che gli investimenti necessari per attrezzarsi per i trattamenti fisici non sono alla portata di tutti, resta la possibilità di affinare quanto più possibile gli strumenti di vinificazione che possono essere facilmente modificati da un anno all’altro: utilizzare o no enzimi, cambiare ceppo di lievito, adattare l’eventuale apporto di nutrienti, gestire una malolattica quando serve … sono tutti adattamenti accessibili all’ultimo momento anche per una piccola azienda. Sempre ammesso che in azienda ci sia personale tecnicamente (e psicologicamente) pronto ai cambiamenti.
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