Se continueremo a bere i famigerati 48 litri pro capite di vino all’anno, fenomeno più facilmente destinato ad inesorabile decrescita, non possiamo sperare di trovare collocazione nel mercato nazionale a più di 25 milioni di ettolitri. Ovvero la metà della produzione nazionale, perlomeno in annate non tremendamente scarse come questa. Ma ciò è vero solo se gli italiani continueranno a bere italiano, e nel lungo periodo io non mi fiderei molto di questo benevolo assunto! In sostanza il mercato nazionale del vino è destinato a rimpicciolirsi, e conseguentemente, la concorrenza che si instaurerà fra le aziende vitivinicole ne obbligherà diverse alla chiusura. A meno che una quota maggiore di vitivinicoltori, anche se con aziende di modeste dimensioni, non persegua efficacemente la via dell’export, opzione che si appresta sempre di più a divenire un obbligo, pena la matematica impossibilità di piazzare l’intera produzione. Va tuttavia precisato che l’esiguità degli spazi commerciali ‘casalinghi’ non è fenomeno che grava solo sul vino, anzi, è l’ombra che attanaglia tutto l’agroalimentare italiano, ingigantita dal fatto che, per cause contingenti, i consumi delle famiglie languono. Lo spazio di crescita per le imprese è quindi oramai tutto nei mercati esteri, dove rimangono invece buone opportunità da cogliere anche grazie alla qualità e all’appeal del made in Italy. Servono però gli strumenti giusti per affrontare la globalizzazione, cioè soldi, organizzazione, innovazione, marketing, promozione … opzioni oggi poco o nulla alla portata delle piccole e medie imprese che caratterizzano il tessuto produttivo nazionale. Le potenzialità dell’export sono confermate dai numeri che consacreranno il 2007 come un vero e proprio anno di boom delle spedizioni del vino italiano (si pensa di poter giungere a 18 milioni di ettolitri), e questo nonostante la forza dell’euro e l’aumento dei prezzi delle materie prime agricole. Ottime performance in particolare nei mercati emergenti, quali Russia, Cina e Paesi dell’America Latina, oltre che nei Paesi del Sudest asiatico e nei mercati tradizionali come gli Usa. Chi comunque ancora ritenga che sottolineare la necessità di maggior impegno nell’export sia esercizio dialettico, può verificare un caso pratico ed attuale, quello del vino novello. Questo prodotto, che non ha mai cercato la strada dell’export (o certamente non l’ha mai trovata) è in continuo calo di vendite dal 2002, anno in cui ha piazzato quasi 18 milioni di bottiglie. Poi è iniziata la discesa; 16,9 milioni di bottiglie nel 2004, 15,8 nel 2006 ed infine i 14,9 stimati per quest’anno. L’assenza pressoché totale dell’esportazione ha determinato, nei confronti della ricettività nazionale, un continuo abbassamento del punto di equilibrio fra domanda ed offerta. L’esempio del novello è doppiamente interessante, dato che presenta un altro fenomeno commerciale spesso sottovalutato dai piccoli produttori. Il novello italiano, partito con grandi entrature nell’horeca è sempre più scivolato nella grande distribuzione, con cui ora si confronta in modo obbligato, pena l’impossibilità di vendere. Questo fenomeno, ovvero l’aumento costante e significativo degli acquisti di vino presso i supermercati è generalizzato, quindi non sperino i ‘vigneron’ di continuare a contare unicamente su ristoratori, wine-bar e privati; la portata del canale tradizionale si restringe inesorabilmente. Qui sorge spontanea una domanda. Perché chi segue istituzionalmente le aziende vitivinicole invece che scommettere su cavalli di battaglia già azzoppati in partenza, o intentare guerre demagogiche alle normative europee, non lavora alla concentrazione, perlomeno commerciale, delle produzioni della miriade di piccoli vitivinicoltori sul territorio per poter affrontare sia l’export sia la grande distribuzione nazionale? Chi avesse una buona risposta può girarcela, ci aiuterebbe a capire …
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