“Soft drink e alta cucina, fusione possibile”. È il titolo di un articolo pubblicato su ‘Bargiornale’ di marzo. Il pezzo spiega come durante l’ultima edizione di Madrid Fusion, simposio internazionale di alta cucina, popolato da chef pluristellati, telecuochi (oramai è una categoria anche questa, chissà se sanno cucinare davvero…) e gastronomi di rango, abbia fatto la propria comparsa anche l’abbinamento fra Coca-Cola e piatti di un certo rilievo. Per ora più che altro finger food, ma non quello di McDonald’s, per intenderci; si tratta infatti di tapas, sushi, crostini a base di formaggi saporiti, bocconcini piccanti ed anche gelatine agrodolci. A me già faceva specie che il colosso del beverage mondiale fosse sponsor di una manifestazione dedicata alla gastronomia raffinata … invece, la lotta fra le bevande, per accompagnare i cibi, è oggi più che mai aperta. In effetti, mentre concettualmente facciamo ancora fatica a considerare surrogabile il vino a pasto, men che meno da bevande gassate, viviamo la feroce esclusione del nettare di Bacco dalle nostre tavole. I conti sono presto fatti: noi italiani, i più accaniti bevitori di vino al mondo, alla fine non consumiamo in media più di un litro di vino alla settimana; vuol dire che i pasti li accompagniamo con altro! Ci sono svariate e note ragioni che hanno portato a questo, ciò che forse facciamo fatica a mettere a fuoco è che il processo non si è ancora concluso, anzi. Ovvero probabilmente siamo ancora lontani dall’equilibrio; un esempio? Le norme sui limiti alcolici consentiti a chi è alla guida da noi iniziano solo ora ad intaccare le attitudini delle persone; dobbiamo attenderci quindi ulteriori cali nel consumo di vino. Non giova poi il recente scandalo sull’ingente quantitativo di vino contraffatto smerciato nei segmenti a prezzo più basso. Ciò ingenererà la convinzione che valga la pena bere vino solo se si tratta di elevata qualità, dimostrata anche da un congruo costo della bottiglia. E questo non potrà che deprimere i consumi di vini beverini e senza troppe pretese, proprio quelli che meglio di altri possono accompagnare pranzi veloci e spuntini. Paradossalmente, quindi, le bevande più industriali, parlo ovviamente di tutti i soft drink ma anche delle birre, acquisiscono un’aurea di maggiore affidabilità anche dal punto di vista salutistico: nullo o labile il legame con la naturalità, ma, proprio per questo, assoluta garanzia di un dosaggio corretto degli ingredienti (tutti ammessi) e di un controllo molto più routinario che nel vino. La sensazione è che l’Italian style of life sia destinato a divenire, anche per gli stessi italiani, un fatto più occasionale che quotidiano, ed il mondo del vino deve cominciare a prenderne coscienza. Ciò vuol dire anche che occorre continuare a presidiare le tematiche dell’abbinamento con i cibi, proprio perché le altre bevande non stanno a guardare. Tutto il segmento di quelle gassate sta orientandosi verso tipologie sempre meno ricche in zucchero, quando non addirittura sugar free, poi ci sono gli integratori energetico-salini che partiti da un consumo indirizzato al mondo degli sportivi ora sono normalmente distribuiti in bar e locali simili. Le birre poi, già avvantaggiate per il debole tasso alcolico rispetto al vino, hanno colto la palla al balzo e proposto diverse linee totalmente analcoliche. Il mondo del vino ha di fronte quindi grandi sfide, e certamente dovrà abituarsi a notevoli cambiamenti. Ora tutto deve essere approcciato in modo più laico, più pragmatico, ed occorreranno nuove abilità per dialogare proficuamente con il variegato mondo della ristorazione, anch’esso in preda a modificazioni velocissime se paragonate all’immobilità di solo 20 o 30 anni fa. Basti pensare che il maggior competitor del vino a tavola oggi è rappresentato dalle acque minerali. Anni fa l’acqua era comunque presente al ristorante, ma come partner insostituibile e fedelissimo del vino!