I qvevri sono vasi vinari, in terracotta e a forma ovale, utilizzati per la fermentazione, la conservazione e l’affinamento del tradizionale vino georgiano.

Secondo questo metodo, i qvevri vengono interrati per fornire un controllo naturale della temperatura durante la fermentazione, quest’ultima condotta da lieviti indigeni ed effettuata in presenza di vinacce in percentuali variabili a seconda della regione georgiana considerata.

La fermentazione malolattica si svolge contestualmente o, più spesso, successivamente al completamento la fermentazione alcolica, dopo la quale i qvevri sono sigillati per permettere la conservazione e l’affinamento del vino, sovente senza effettuare la rimozione delle bucce (1).

Le prolungate macerazioni, la dissoluzione di ossigeno e la microflora fermentativa indigena sono tra i fattori che contribuiscono a caratterizzare i vini ottenuti attraverso questa tecnica, che si contraddistinguono per una spiccata complessità gustativa ed aromatica, abbinata ad intensità cromatiche rilevanti. Negli ultimi anni, questo metodo di vinificazione ha riscosso un buon interesse fra quei produttori desiderosi di differenziare la propria produzione, riducendo gli interventi in cantina, aumentando la complessità sensoriale, talvolta esaltando la caratteristiche varietali proprie di taluni vitigni a limitata diffusione nazionale.

Lo scopo di questo lavoro è stato quello di valutare gli effetti dell’uso di qvevri sulle proprietà fisiche, chimiche e sensoriali di vini ottenuti da uve cv. Albana, una varietà di vite a bacca bianca  tradizionalmente diffusa in una zona dell’Emilia Romagna compresa fra le provincie di Forlì-Cesena, Ravenna e Bologna.

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