In gran parte dei distretti vinicoli mondiali, le viti coltivate devono essere necessariamente innestate su radici di Vitis americane per superare il problema della fillossera, una grave malattia esplosa in Europa alla fine del 1800. I portinnesti rappresentano una forma molto efficace di controllo biologico contro il parassita del suolo Daktulosphaira vitifoliae e, secondo molti autori, influenzano la fisiologia del nesto, l’adattabilità della pianta all’ambiente e la sua capacità di reagire agli stress abiotici. L’interazione tra i bionti è complessa ed implica cambiamenti strutturali, integrazione idraulica tra le parti innestate, scambio di ormoni e materiali genetici attraverso il punto di innesto. Nonostante la grande quantità di studi e ipotesi sull’effetto dei diversi portinnesti sulla resa della pianta e sulla qualità dell’uva prodotta, i network molecolari che regolano questa interazione rimangono in gran parte poco conosciuti.

Lo scopo del presente lavoro è stato quello di valutare l’influenza di due diverse combinazioni di portinnesto (1103 Paulsen e M101-14, opposti tra loro per vigore e tolleranza alla siccità) e viti non innestate (usate come controllo) sul metabolismo secondario di uve Pinot nerosia a livello biochimico, che a livello di espressione genica. Le ricerche sono state effettuate in un sistema sperimentale di viti in vaso di 10 anni, allevate a controspalliera con potatura a cordone speronato; tutte le piante sono state irrigate in modo abbondante, con quantità di acqua identica per ognuna delle tre tesi.

I risultati hanno permesso di evidenziare considerevoli differenze, sia nella sintesi di alcune classi di flavonoidi che nell’espressione di alcuni geni (strutturali e regolatori) appartenenti al pathway dei fenilpropanoidi.

Poster presentato ad Enoforum 2019, 21-23 maggio 2019, Vicenza (Italia)

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