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SalViBio: dalla biodiversità viticola locale nuove opportunità per l’adattamento della viticoltura al cambiamento climatico

Pier Giorgio Bonicelli et al.; Università cattolica del Sacro Cuore, Piacenza

Pier Giorgio Bonicelli, Ginevra Canavera, Riccardo Collivasone, Silvia Pagani, Mario Gabrielli, Tommaso Frioni
Università cattolica del Sacro Cuore, Piacenza

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Una delle sfide impellenti per la viticoltura italiana è quella di trovare nuove soluzioni per fronteggiare il cambiamento climatico. L’aumento delle temperature e la carenza di precipitazioni hanno infatti pesanti ripercussioni sulla produttività e qualità delle uve raccolte. Non di meno, i fenomeni estremi quali grandinate, gelate tardive e altri eventi distruttivi stanno divenendo assai frequenti e colpiscono settori sempre più vasti di territorio. Risulta evidente che al di là di tecniche e principi generalmente validi, debbano oggi essere messe a punto soluzioni di contrasto alle problematiche legate al cambiamento climatico che siano calate sulle esigenze specifiche dei territori e della viticoltura locale. Gli strumenti di adattamento al cambiamento climatico si dividono tra quelli di lungo periodo (politiche di territorio, modifiche di disciplinari, o, su scala più piccola, scelte all’impianto) e quelli di breve periodo impiegabili annualmente (Palliotti et al. 2014). Tra i primi, rientra la scelta varietale. Vitigni autoctoni, minori o di territorio si pongono oggi come strumenti di innovazione per l’identificazione di nuove tipologie di prodotto, sfruttando la diversa resilienza dei genotipi a disposizione alle mutate condizioni ambientali.

Il progetto SalViBio (www.salvibio.eu), coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, ha l’obiettivo primario di valorizzare la biodiversità viticola del comprensorio dei Colli Piacentini per migliorare la competitività delle produzioni vitivinicole del territorio, fortemente condizionate dal cambiamento climatico.

Valutazione dei vitigni minori del piacentino ​​​​​​

Sui circa 5000 ettari vitati dei Colli Piacentini, i vitigni più utilizzati sono Ortrugo e Malvasia di Candia aromatica a bacca bianca, e Barbera e Croatina a bacca nera. Oltre questi, pochi ettari sono coltivati con vitigni internazionali (Sauvignon blanc e Pinot nero), o con altri autoctoni minori (Fregoni et al. 2002). Ortrugo e Malvasia di Candia aromatica presentano il problema di una bassa acidità alla vendemmia (4,5-5 g/L), dovuta alla degradazione dell’acido malico in presenza di elevate temperature in post-invaiatura, associato ad un lento accumulo zuccherino. L’anticipo della vendemmia non rappresenta quindi una scelta risolutiva per evitare la perdita di acidità titolabile. In Croatina, invece il problema principale è una scarsa fertilità delle gemme basali, che causa a sua volta una produttività incostante e una bassa adattabilità alla meccanizzazione. Barbera invece in alcune condizioni pedoclimatiche risulta molto sensibile agli stress radiativi su grappolo, manifestando importanti scottature che causano perdite produttive e la compromissione dell’equilibrio biochimico dei mosti. 

Nell’ambito dell’azione 1 del progetto, 29 vitigni (18 a bacca bianca, 10 a bacca nera, uno a bacca rosa) sono stati valutati per tre stagioni consecutive rispetto all’Ortrugo, presente in collezione come riferimento (Tabella 1).

Tabella 1: I 28 vitigni valutati per tre stagioni consecutive rispetto all’Ortrugo ed Ervi. 

Tra le varietà a bacca bianca sono risultate di particolare interesse Barbesino e Lisöra. Il Barbesino e la Lisöra sono due vitigni a bacca bianca originari rispettivamente della Val Trebbia e della Val d’Aveto (Fregoni et al. 2002). Entrambi si sono ridimostrati in grado di mantenere una buona acidità titolabile nelle uve e un tenore zuccherino moderato, conferendo freschezza ai vini. In particolare, Barbesino ha dimostrato un accumulo degli zuccheri durante la maturazione del tutto comparabile a quello dell’Ortrugo, mentre l’acidità titolabile è risultata costantemente superiore di 2-4 g/L, dall’invaiatura alla piena maturazione (Figura 1).

Figura 1: Curve di maturazione di Barbesino e Ortrugo.  

Nel 2020, le uve di Ortrugo e Barbesino sono state vinificate nella cantina sperimentale e i vini a base di Barbesino hanno mostrato, a parità di solidi solubili, livelli di acidità titolabile superiore rispetto ad Ortrugo (+4.63 g/L) (Tabella 2). 

Tabella 2: Dati analitici ottenuti dalle microvinificazioni del 2020 di Barbesino e Ortrugo. 

La Malvasia Rosa è un genotipo isolato dal Prof. Mario Fregoni per mutazione gemmaria naturale della Malvasia di Candia aromatica (Fregoni et al. 2002). Sebbene le caratteristiche ampelografiche e il complesso aromatico dei due vitigni siano simili, la Malvasia Rosa presenta una colorazione della bacca differente con un profilo antocianico caratterizzato dalla presenza esclusiva di peonidina e cianidina.

Tra le varietà a bacca nera, il Fruttano è risultato interessante per la maturazione tardiva e le potenzialità per la produzione di vini rossi frizzanti a basso tasso alcolico e con una discreta acidità finale. Il vitigno si è dimostrato anche particolarmente efficiente nell’accumulo di antociani nelle bucce, le quali presentano elevate concentrazioni di malvidina.

Anche Molinelli, Bucalò, Verdea, Duraguzza hanno destato, per ragioni differenti, interesse in relazione alle moderne esigenze della viticoltura piacentina. Il lavoro ha dimostrato l’importanza della conservazione del germoplasma viticolo locale al fine di salvaguardare caratteri di interesse per l’adattamento della viticoltura alle esigenze imposte dal cambiamento climatico. 

L’Ervi, per il rilancio dei vini rossi piacentini 

L’Ervi è un vitigno a bacca nera ottenuto dall’incrocio di Barbera e Croatina. È stato ottenuto negli anni ’70 dal Prof. Mario Fregoni nell’ambito del suo ampio programma di miglioramento genetico dedicato alla viticoltura locale (Fregoni et al. 2002). Dal 2003, l’Ervi è stato inserito nella lista di vitigni idonei alla coltivazione in Emilia-Romagna. 

Studiato per due anni nell’ambito del progetto SalViBio, l’Ervi, ha parità di forma d’allevamento, presenta una resa inferiore rispetto a Barbera. In particolare, il peso medio del grappolo è risultato essere superiore a Croatina e inferiore a Barbera (264 g), mentre la fertilità media del germoglio si è rivelata essere maggiore rispetto a Croatina e inferiore rispetto a Barbera (19 grappoli/ceppo). Alla maturazione, Ervi presentava una concentrazione zuccherina delle uve superiore (25.1° Brix) rispetto a Croatina e Barbera, mentre l’acidità titolabile è risultata inferiore a Barbera, ma superiore a Croatina. L’aspetto di maggior interesse per quanto riguarda l’Ervi è la sua particolare predisposizione ad accumulare antociani. In entrambi gli anni l’accumulo di antociani totali nelle uve è risultato anticipato e superiore rispetto ai parentali.

Tabella 3: componenti della produzione di Croatina, Barbera ed Ervi 

Tabella 4: composizione delle uve di Croatina, Barbera ed Ervi 

I vini prodotti nel 2020 e nel 2021 hanno dimostrato che i dati analitici riscontrati sulle uve sono confermati anche in seguito al processo di vinificazione. I vini ottenuti con Ervi presentavano una buona alcolicità, abbinata ad una sostenuta acidità, anche se più bassa rispetto a Barbera. L’intensità di colore è più alta nelle uve di Ervi rispetto a Barbera con un profilo antocianico caratterizzato soprattutto da Malvidina. 

Tabella 5: Composizione dei vini ottenuti dalle microvinificazioni di Barbera ed Ervi

In sintesi, l’Ervi è un vitigno che si pone come una soluzione utile per risolvere alcune problematiche chiave dei due parentali. Più produttivo e costante di Croatina, è adatto alla potatura meccanica ed è meno sensibile alle scottature di Barbera, mantenendo però anche una miglior acidità e carica fenolica di Croatina. Risulta quindi un vitigno versatile, adatto a produrre vini rossi di pregio, da bere giovani o idonei all’invecchiamento. Per le sue caratteristiche positive e grazie anche alla conoscenza messa a disposizione dai gruppi operativi per l’innovazione finanziati dalla Regione Emilia-Romagna (ValorInVitis e SalViBio), oggi alcune aziende producono vini in purezza ottenuti con Ervi, e i vivaisti producono più di 20000 barbatelle/anno. 

Santa Maria e Melara: le uve del vin santo locale

La Santa Maria e la Melara (Figura 2 a, b) sono due vitigni autoctoni minori a bacca bianca coltivate nei settori orientali dei Colli Piacentini, precisamente lungo le valli dei torrenti appenninici Arda, Ongina e Stirone (Fregoni et al. 2002). Le due varietà sono ufficialmente iscritte al Registro Nazionale delle Varietà di Vite da vino e sono idonee alla coltivazione in Emilia-Romagna. Ad oggi, la superficie vitata è limitata a circa 5ha e 0,5ha, rispettivamente per Santa Maria e Melara, tutti nell'areale di Vigoleno nel comune di Vernasca (PC), anche se nella zona sono presenti anche vigneti misti in cui le varietà sono presenti congiuntamente ad altre locali. 

Fig 2. Foto del grappolo di Santa Maria (a) e Melara (b)

Le due varietà sono utilizzate per la produzione di vin santo dopo un periodo di appassimento in graticci (Figura 3), nello specifico del Vin Santo di Vigoleno, una menzione all’interno della DOC Colli Piacentini.

Fig 3. Uve in appassimento sui graticci in ambiente semi controllato

Nell’ambito del progetto SalViBio, nel 2021 e 2022 sono state studiate l’evoluzione della maturazione e le dinamiche di appassimento delle due varietà in tre diversi areali del piacentino. I due vitigni hanno dimostrato una certa propensione a modificare le proprie caratteristiche vegeto-produttive in funzione della vigoria. Nell’areale di Vigoleno, Santa Maria ha dimostrato una produzione superiore, per via del maggior peso dell’acino.

Il confronto delle cinetiche di maturazione di Ortrugo, Santa Maria e Melara ha dimostrato che, durante tutto l’arco della stagione, il rapporto tra zuccheri e acidità rimane superiore nelle due varietà minori (Figura 4). Ciò è risultato confermato in tutti e tre gli areali valutati. Questo suggerisce che le due varietà possano essere utilizzate per scopi anche differenti rispetto alla produzione di vini passiti o vin santo. In particolare, la Santa Maria sembra essere adatta per la produzione di vini fermi in purezza per via dell’ottima maturazione tecnologica. Inoltre, considerando che nella produzione di vin santo si opera una significativa cernita delle uve, con una percentuale di scarto al quanto variabile su base stagionale di grappoli non adatti all’appassimento perché troppo compatti o meno maturi, i dati suggeriscono che le uve scartate possono essere utilizzate per aumentare l’acidità dei mosti ottenuti con uve di Ortrugo. 

Fig. 4 Rapporto tecnologico di Ortrugo, Santa Maria e Melara durante la stagione 2021 nei vigneti dell’azienda viticola Lusignani

In fase di appassimento, le uve di Santa Maria ha dimostrato tasso giornaliero di disidratazione superiore, e quindi una più rapida concentrazione degli zuccheri rispetto a Melara (Fig.5); la riduzione dei tempi di appassimento potrebbe garantire un vantaggio sia in termini economici, limitando le spese connesse, sia sanitari, essendo l’appassimento una fase di possibile infezione microbica. 

Fig.5: Cinetiche di maturazione riferite ai solidi solubili (°Brix) in fase di appassimento per i vitigni Santa Maria e Melara nella stagione 2022 presso l’azienda viticola Lusignani. 

 

Riferimenti bibliografici

Fregoni  M.,  Zamboni  M.,  Colla  R.  (2002)  –  Caratterizzazione  ampelografica  dei  vitigni  autoctoni  piacentini.  Università Cattolica S.C. Cattedra di Viticoltura Piacenza. 

Palliotti, A., Tombesi, S., Silvestroni, O., Lanari, V., Gatti, M., & Poni, S. (2014). Changes in vineyard establishment and canopy management urged by earlier climate-related grape ripening: A review. Scientia Horticulturae, 178, 43-54. 

www.salvibio.eu 

www.valorinvitis.eu

Pubblicata il 07/06/2023
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Titolo del periodico: Rivista Internet di Viticoltura ed Enologia
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