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Del Brunello, dei consorzi … e dei controlli!

di Matteo Marenghi

Quanto sta accadendo al più prestigioso vino italiano è emblema della debolezza del sistema. Virtuoso sarebbe sfruttare l’incidente per rivedere un impianto operativo che, oltre ad essere farraginoso, è spesso inefficace. A partire dal ruolo di presidenti e direttori … La vicenda ‘Brunello’ è oramai nota ai più, o meglio si conosce quanto diffuso in merito anche perché, va ricordato, è in corso un’indagine da parte della Procura della Repubblica di Siena che si completerà solo a fine dicembre 2008. Non interessa in questa sede speculare sul fatto che la non perfetta aderenza al disciplinare di produzione fosse azione generalizzata o limitata a poche aziende, né se fosse dettata da esigenze di mercato e se conducesse a prodotti migliori o peggiori di quelli ‘canonici’. Interessa invece prendere il ‘caso Brunello’ come emblema della situazione nazionale dei vini a denominazione di origine controllata. Infatti è noto che irregolarità simili sono state riscontrate nel non lontano consorzio del Vino Nobile di Montepulciano come lo sono ‘potenzialmente’ in tante (è un’illazione, che però si può esprimere serenamente) altre denominazioni. Sappiamo anche che il ministero, spinto dalle minacce di blocco delle importazioni da parte degli Stati Uniti ha esautorato il consorzio dal piano dei controlli, nominato un comitato di tre saggi e devoluto all’Icq (Ispettorato controllo qualità di Firenze, organo del ministero stesso) il compito di garantire l’aderenza del Brunello al disciplinare di produzione. Ora la trafila della certificazione è più complessa: per ogni partita di Brunello di Montalcino il produttore formulerà una richiesta con i propri estremi identificativi, il numero di lotto, la serie ed il numero delle fascette sostitutive dei contrassegni di stato, il luogo dove sono conservate le partite e, nel caso di imbottigliatore, la dichiarazione di aver proceduto all’imbottigliamento. Tale istanza, corredata di altri specifici documenti, verrà inviata all’Icq. Qui verrà valutata, anche ricorrendo al parere del comitato dei tre esperti di nomina ministeriale, ed entro 15 giorni, se nulla osterà, darà luogo ad un documento che dichiarerà il vino ‘conforme ai requisiti stabiliti dal disciplinare della Docg Brunello di Montalcino e pertanto commerciabile in Italia ed all’estero’. In sostanza si è sostituita la garanzia data dal consorzio con un ‘pasticcio all’italiana’, che sa tanto di copertura formale e, soprattutto, non evidenzia chi garantisce cosa e sulla base di quali atti concreti. Anche perché, ad esempio, i controlli in campo continuerà a farli il consorzio del Brunello di Montalcino, seppur esautorato. La vera domanda, che oggi tutti dovrebbero porsi è invece la seguente: “i consorzi, così come sono strutturati, riescono a garantire l’aderenza dei vini ai relativi disciplinari di produzione”? La risposta sta nei fatti, pertanto si dovrebbe passare al successivo quesito, ovvero: “che fare per rendere i consorzi in grado di garantire sul serio produttori onesti e consumatore”? Non così immediato rispondere a questo secondo passaggio, ma prima (meglio) o poi qualcuno dovrà farlo, pena la totale caduta di fiducia nelle sigle Doc e Docg apposte sulle bottiglie. Una cosa è certa: i produttori non possono essere garanti di sé stessi, perlomeno non con l’attuale formula che si traduce in una tutela (improduttiva) di alcuni interessi a scapito di quelli di tutti (consumatore compreso). Emblematico anche il fatto che lo scandalo del Brunello abbia portato alle dimissioni del presidente del consorzio ma non dei vertici dirigenziali. Vuol dire che non esiste, nei fatti, una figura forte e soprattutto ‘terza’ che abbia tecnicamente ed amministrativamente la responsabilità dell’operato. E ciò è il vero nervo scoperto del sistema. C’è infatti bisogno di devolvere, nella forma e nella sostanza, ad un professionista che nulla abbia a che vedere con gli interessi di chi produce, oneri ed onori dell’attività di controllo e garanzia, che non può e non deve essere in carico ai produttori (che notoriamente non hanno forti pulsioni ad essere intransigenti verso se stessi). Se nei consorzi la figura chiave fosse quindi il direttore, competente per titoli ed esperienze, e non il presidente, non avremmo già fatto un enorme passo avanti? Ovviamente costui risponderebbe in prima persona dell’efficacia delle azioni consortili e sarebbe spinto ad operare nel migliore dei modi. Pare forse strano, ma solo non gestendo direttamente se stessi, e mettendo finalmente al centro il prodotto ed il consumatore, i produttori potranno avere anche più tutele … !
Pubblicata il 25/07/2008
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Titolo del periodico: Rivista Internet di Viticoltura ed Enologia
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ISSN 1826-1590
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