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Del "vitigno" e dei "terroir"

di Matteo Marenghi

Nel mondo del vino, ogni volta che si tenta una somma, un raggruppamento, ogni volta che si descrive un fenomeno come univoco, purtroppo, si sbaglia. Ad esempio abbiamo riassunto e tratteggiato la diversità fra la vitienologia del Vecchio e Nuovo Mondo nella filosofia di vini di territorio, per la prima, e vini di vitigno, per la seconda. E giù poi tutto ciò che conosciamo fin troppo bene sui vitigni internazionali, sull’omologazione (ma anche sull’innovazione) da una parte; oppure sulla tradizione, la diversità, ed il terroir, dall’altra. È tuttavia accaduto che, seppur partendo da osservazioni inizialmente corrette, abbiamo scambiato per dogma produttivo quella che era fondamentalmente una dicotomia sul fronte comunicazionale, in troppe occasioni portata avanti più con toni isterici (da entrambi i lati) che razionali. Approccio che, alla prova dei fatti, oggi vacilla. Abbiamo creato una ‘verità’ che vuole i vini di territorio quelli in cui la composizione varietale passa in secondo piano, ritenendo che l’ambiente di coltivazione determini caratterizzazioni sensoriali originali; e pure abbiamo voluto credere che i vini di vitigno sono invece quelli che puntano sulle note caratteristiche che una determinata varietà, seppur coltivata in ambienti diversi, riesce comunque ad esprimere. Ma abbiamo sbagliato, troppo semplificando, e soprattutto pretendendo di fare i conti con un solo elemento alla volta (il vitigno o il territorio), mentre sono sempre entrambi inevitabilmente presenti, ed influenti. Ad esempio, noi europei, convinti che tutto si dovesse giocare sul terroir, non abbiamo colto sempre per tempo le sfumature ed i cambiamenti che, sovrapponendosi, hanno modellato nuove realtà, che oggi ci spiazzano. E diverse definizioni saltano miseramente. In pratica ci ostiniamo a dire che abbiamo il terroir, ma poi coltiviamo e vendiamo solo determinate varietà, mentre chi ha ragionato unicamente sul vitigno, si è accorto che può vendere anche il territorio, e senza barare. La Nuova Zelanda, ad esempio, ha certamente puntato sul vitigno, ma è ingiusto, e assolutamente riduttivo, descrivere un Sauvignon neozelandese come un vino varietale tout court, perchè l’impronta organolettica è comunque in grandissima parte dovuta al particolare ambiente di coltivazione, e specificatamente al clima. Ugualmente, uno Shiraz australiano è certamente un vino che si basa sulla varietà, ma quando deriva dai comparti più caldo-aridi del continente esprime, volente o nolente, anche il territorio. Lo stesso avviene per un Cabernet cileno o uno Chardonnay californiano, o un Pinotage sudafricano. E d’altra parte, uno Chablis della Borgogna lo si fa solo con lo Chardonnay, come un Barolo solo col Nebbiolo, nelle Langhe piemontesi. Occorre pertanto fare un grande passo avanti nell’applicazione del concetto di vitigno e di territorio, e delle loro valenze tattiche differenziali, altrimenti si rischia di parlare del nulla, e soprattutto, sul nulla costruire strategie. Oramai, in un mondo dove tutto è “fusion”, dalle cucine agli stili di vita, non ha senso parlare degli ingredienti dei fenomeni, ma occorre concentrarsi sull’esito finale. Il Sauvignon neozelandese si presenta come Sauvignon, ma si riconosce in quanto neozelandese, con buona pace di tutti. È per questo che chi, come ad esempio la Francia, ha ritenuto di copiare, in ritardo, un modello varietale per diverse enologie sofferenti del Midì, in pratica non ha nè affrontato nè risolto i problemi, perchè non è di distinzioni filosofiche che si ragiona, ma di risultati complessi frutto di processi di sviluppo peculiari e calati in precisi momenti storici. Utilizzare definizioni nette è molto comodo dal punto di vista dialettico, fidarsi troppo della loro veridicità però spesso è assolutamente fuorviante. Anche nel vino.
Pubblicata il 09/03/2007
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Titolo del periodico: Rivista Internet di Viticoltura ed Enologia
Editore e proprietario: Vinidea Srl
Registro Stampa - Giornali e Periodici: iscrizione presso il Tribunale di Piacenza al n. 722 del 02/03/2018
ISSN 1826-1590
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