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Gli italiani e i trucioli: siamo ipocriti o masochisti ?

di Gianni Trioli

Non passa giorno senza assistere ad una levata di scudi contro l’autorizzazione dell’uso dei trucioli in Europa. Politici, associazioni, opinion leader, produttori famosi, consorzi, enti locali … sembra una gara a chi grida di più per protestare contro la decisione europea. Pur con varie e poetiche sfumature, la ragione di tanta mobilitazione è “la difesa della tradizione e la tutela del consumatore”. Più passano i giorni meno capisco cosa ci sia dietro a tanta mobilitazione, perché è zeppa di contraddizioni ed egoismi. Difesa della tradizione: si parla di preservare l’uso della barrique, ma se non sbaglio la barrique non ha nulla a che fare con la nostra tradizione, fatta di botti grandi, anche grandissime. Quando si iniziò ad utilizzarle, pochi decenni fa, erano pochi quelli che utilizzavano bene le barrique: per molti era (ed è ancora) un modo per conciare il vino aromatizzandolo. Esattamente quello per cui si grida ora allo scandalo con i trucioli. Anzi, fino a pochi anni fa in Piemonte, ma non solo, era forte la controversia tra chi usava botti grandi e chi usava barrique: molti di coloro che oggi accusano i trucioli, pochi anni fa inneggiavano ai barolisti “moderni” che sapevano “coniugare la tradizione con esigenze del mercato moderno”. Io sono personalmente d’accordo a non introdurre i trucioli per i vini DOC e DOCG (in Italia in totale 10-12 milioni d’ettolitri su un totale di 50): per fare questo però non c’è bisogno di scomodare la UE, basta inserire la norma nei vari disciplinari di produzione. Per quale motivo invece si chiede che non sia pratica legalmente autorizzata? Perché non possono invece usarli i produttori di quei 30 milioni di ettolitri di vino, che non hanno tradizioni da conservare e devono invece, per sopravvivere, vendere il loro vino in concorrenza con altri produttori mondiali che li usano da tempo e con maestria? C’è poi la "tutela del consumatore". Espressione ad effetto: come si fa a non essere d'accordo? Chi sostiene questa tesi però è probabilmente convinto che un vino prodotto facendo uso di trucioli sia organoletticamente uguale e non distinguibile da uno affinato in barrique. Ma se è così, mantenendo la barrique il consumatore non lo tuteliamo, lo freghiamo! Gli imponiamo di pagare prezzi più elevati (la barrique ben usata costa circa 1 €/litro) in ragione di cosa, se il vino è identico? In verità c’è un’enorme differenza tra un vino ben affinato in barrique, nel quale il sentore di legno non si deve percepire chiaramente e l’aroma evolve lentamente da fresco e fruttato verso una maggiore complessità, rispetto ad un vino con trucioli, dove semplicemente la vaniglia ed il tostato (con note più o meno nobili) si aggiungono al profilo di un vino giovane. Ne nasce un vino diverso, nella struttura, nel colore, nell’aroma, forse non apprezzato dai consumatori italiani, ma a cui sono abituati gli stranieri. Ai quali non importano certo le nostre discussioni, e che continueranno a comprare i vini australiani con trucioli invece che i vini italiani senza trucioli o messi in barrique e quindi troppo costosi. Alcuni intervenuti nella discussione, anche autorevoli, sostengono la tesi secondo la quale “una volta che i trucioli possono entrare legalmente in cantina, nessuno è più in grado di controllare che uso se ne fa”. Tesi intrisa di “italianità” e certamente fondata su constatazioni reali. Ma perché, a causa di qualche “furbetto”, centinaia di migliaia di viticoltori italiani devono mettere a rischio il loro reddito perché viene impedito loro di essere concorrenziali sul mercato internazionale ? Non si parla solo di trucioli, ma di una lunga serie di altri provvedimenti e normative pensate per i DOC dimenticando i vini da tavola; la filosofia è stata però sempre la stessa negli ultimi decenni. Per concludere, sempre in tema di “italianità”: un politico o un amministratore può forse anche pensare in buona fede che i trucioli – se non autorizzati – non vengano utilizzati in cantina. Ma se lo stesso pensiero viene espresso da un produttore, oppure da un rappresentante di un consorzio o di una categoria che lavora nel mondo del vino da più di quindici giorni … siamo veramente alla fiera dell’ipocrisia! A qual fine? Per difendere l’immagine del vino di qualità presso il consumatore? Le polemiche di queste settimane hanno avvicinato il consumatore al vino oppure hanno contribuito a farlo sentire preso in giro?
Pubblicata il 22/06/2006
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Titolo del periodico: Rivista Internet di Viticoltura ed Enologia
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