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Il perverso destino dei risultati scientifici … e dei nostri soldi

di Gianni Trioli

Ci si lamenta spesso – ed a ragione – delle scarse risorse destinate alla ricerca scientifica in Italia, riassumibili in una percentuale del PIL quasi vergognosa rispetto ad altri paesi occidentali. Ma forse ancora più scandaloso è il destino finale di queste risorse. Mi riferisco al fatto che il nostro sistema-ricerca non considera la ricaduta dei risultati ottenuti sull’economia nazionale. Mi spiego con un esempio, riferito al settore vitivinicolo che conosco meglio, anche se ho l’impressione che non sia un problema specifico. Immaginiamo che io sia un giovane che fa il dottorato di ricerca in un istituto universitario che si occupa di vitivinicoltura. Ho appena terminato uno lavoro sperimentale interessante, finanziato – come nella gran maggioranza dei casi – da fondi pubblici (anche se sembra lapalissiano, è bene ricordare a questo punto che questi fondi derivano dalle tasse sui redditi degli italiani). Anche il mio assegno mensile, in verità abbastanza vergognoso, è pagato dallo Stato. Non ho vincoli particolari, quindi, sull’uso dei risultati. Chiaramente la mia aspirazione è di potere un giorno avere un posto da ricercatore e possibilmente diventare professore, continuare a fare ricerca. Spero quindi di avere presto l’opportunità di partecipare ad un concorso pubblico per fare carriera. Le valutazioni dei candidati in un concorso pubblico, come noto, si fanno per “titoli” (per non complicare troppo l’esempio, assumo – con un virtuoso carpiato doppio - che il concorso non sia “guidato”). I titoli che contano sono le pubblicazioni scientifiche, cioè essere tra gli autori di articoli su riviste scientifiche serie. Come fa una commissione d’esame a sapere quali sono le riviste serie? È prassi diffusa considerare l’IP (Impact Factor) della rivista: l’IP è un indice internazionale, calcolato dall’ISI (società privata) sulla base del numero di citazioni dell’articolo in altri articoli pubblicati su riviste con IP. Quali sono le riviste del settore enologico che mi danno punteggio IP ? Al mondo sono pochissime: American Journal of Enology and Viticulture, Australian Journal of Grape and Wine Research, Journal International de la Vigne et du Vin, Vitis. Sono tutte in inglese, alcune anche in francese o tedesco. Nessuna in italiano, neanche il riassunto. Se guardo bene, poi, il punteggio di queste riviste è abbastanza basso, rispetto ad altre di carattere più generale a cui la buona qualità del mio lavoro può aspirare (J. Agric. Food Chem., J. Bacteriology, J. Env. Microbiology, ecc.). È chiaro che mi conviene puntare ad una di queste riviste. Sottopongo l’articolo (in inglese) ed è accettato. Sono felicissimo, mi complimento con me stesso. Piccolo particolare: prima di pubblicarlo l’editore della rivista (generalmente un privato o un’associazione) chiede di essere – giustamente - tutelato e mi fa firmare un vero e proprio contratto di cessione in esclusiva della proprietà intellettuale: non posso usare il testo, le tabelle, i grafici per nessun altra pubblicazione. Non posso riprodurre l’articolo (devo comprare gli estratti), non posso utilizzarlo in parte nemmeno in un altro mio articolo o in una relazione pubblica senza aver preventivamente ottenuto l’autorizzazione dell’editore. Non avendo nessun vincolo sull’uso dei miei risultati, acconsento con gioia, in attesa di potere mettere il titolo nel mio prezioso curriculum. Qual è la fine della storia ? Che il risultato del mio lavoro, pagato interamente dai contribuenti italiani, è diventato proprietà esclusiva di un editore privato straniero. Che l’azienda vitivinicola italiana, per avere quell’informazione - pagata con le sue imposte - deve abbonarsi alla rivista e leggersi i risultati in inglese. Anzitutto, mi sembra molto ingiusto. Ma soprattutto il triste risultato è che pochissimi lo fanno, anzi azzarderei un più categorico nessuno. I risultati sono così in teoria “pubblicati”, “pubblici”, in pratica sono sepolti nelle biblioteche universitarie, letti solo dalla comunità scientifica ed inaccessibili al suo finanziatore. Sia chiaro: non è colpa mia, devo far carriera. Non è nemmeno colpa dell’editore, che fa il suo lavoro. Nemmeno dell’ISI, che anzi offre un utile servizio. Tutti fanno legittimamente il proprio interesse. Non per fare il verso ai sessantottini, ma è colpa del sistema: nel metterlo a punto non ci si è minimamente preoccupati di garantire all’industria finanziatrice un ritorno. Eppure le soluzioni esistono, e non sono nemmeno troppo complicate. Basta darselo come obiettivo strategico. Per fortuna esistono eccezioni alla regola, che meritano di essere citate. Ci sono ricercatori che, a proprio rischio e pericolo, “sprecando” tempo, scrivono versioni più sintetiche e divulgative dei loro articoli, in italiano, da pubblicare su riviste senza punteggio ma con ampia diffusione, e che accettano di partecipare a congressi, incontri, seminari, per disseminare i risultati della propria ricerca. A questi dovrebbe andare non dico la nostra gratitudine, perché in fondo sono pagati per questo, ma almeno il riconoscimento di questo sforzo supplementare in sede di avanzamento di carriera. Ed invece, in questa nostra bella Italia, succede di regola l’esatto contrario.
Pubblicata il 03/05/2007
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Titolo del periodico: Rivista Internet di Viticoltura ed Enologia
Editore e proprietario: Vinidea Srl
Registro Stampa - Giornali e Periodici: iscrizione presso il Tribunale di Piacenza al n. 722 del 02/03/2018
ISSN 1826-1590
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