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L'OCM ed il cambiamento che nessuno vuole: eppure ...

di Matteo Marenghi

L’occasione è quella delle discussioni, oramai furiose, sulla proposta di Ocm, ma la ‘non volontà’ di cambiamento la si vede anche nel settore dei controlli e nel ruolo dei consorzi, con precisazioni e decreti che ribadiscono, confermano, sottolineano … senza però definire esattamente nuove modalità operative; la si è vista allorquando si tentò, senza successo, di mettere mano alla 164, la legge nazionale sulle denominazioni di origine; traspare nelle continue e condivise affermazioni sul sovraffollamento delle Doc italiane mai seguite da alcuna azione tesa alla loro riduzione, ecc. Oggi, l’unica cosa certa è che se venissero accolte tutte le obiezioni che i vari segmenti della produzione sollevano verso la proposta di Ocm vino, spesso con sdegno, la riforma, tanto richiesta, non ci sarebbe affatto, e si andrebbe avanti esattamente con la vecchia. Vecchia Ocm che però, molti, per non dire tutti, hanno duramente criticato, invocandone l’ammodernamento. Chi non ricorda le lamentele dei vitivinicoltori europei nei confronti di una politica dirigistica che imponeva loro “addirittura” di non aumentare il vigneto se non procurandosi un diritto all’impianto? Roba da paesi comunisti, dove tutto è pianificato (malamente) dall’alto, si diceva! E si sospirava inneggiando al sistema dei californiani e degli australiani che, giustamente, permette di ampliare le aziende comprando un campo di mais e piantandolo a vite il giorno dopo, senza dover chiedere il permesso a nessuno. Chi non si è mai lamentato dell’impossibilità di riportare in etichetta, per i vini da tavola, il vitigno in modo da poter entrare a combattere, ad armi pari, nell’arena dei varietal mondiali? Chi non ha invocato la fine della distillazione che, a fronte dello sperpero di denaro comunitario, sostiene realtà vitivinicole indegne di stare sul mercato e che producono col dichiarato intento di vendere il vino agli inceneritori comunitari? Ebbene, non c’è più nessuno di costoro in giro, ci sono solo tecnici, imprenditori e organizzazioni settoriali che gridano allo scandalo per una proposta comunitaria che, dicono, non tiene conto delle peculiarità di un settore che non può essere accomunato a nessun altro comparto agricolo. Personalmente non sono a sostenere che la nuova proposta Ocm sia solo il distillato del miglior raziocinio vitienologico, vi sono cose che assolutamente non condivido (l’indebolimento del concetto di Vqprd e la sovvenzione agli estirpi, ad esempio) ma, consapevole che non si può avere tutto ‘a misura di bocca’, gioisco nel vedere un quadro normativo moderno che spazza via tutto il vecchiume, le ipocrisie ed i malsani puntelli ad un sistema produttivo sempre meno difendibile anche in rapporto alle regole del commercio mondiali (Wto). E poi si è avuto il coraggio di proporre l’abolizione dello zuccheraggio, anche se, ci dicono, tale norma non passerà. “La nuova Ocm è stata fatta dagli inglesi che non sanno nulla di vitivinicoltura” - tuonano in molti. Certamente è così, ma oggi occorre, tutelando la competitività dei comparti, difendere i bilanci comunitari ed il consumatore, e poco importa se si tratta di vite, di barbabietola o di automobili. Permettere di indicare vitigno ed annata in etichetta, per i vini da tavola, può certamente invogliare molti a scrivere il falso, ma non per questo dobbiamo negare agli onesti un interessante strumento competitivo. O possiamo permetterci di puntare solo sulle Doc? Pericolo di sovrapproduzione e vini di cattiva qualità se non ci saranno più i diritti d’impianto? Il vigneto italiano esploderà e la gente caverà i boschi sostituendoli con la vigna? Io non me ne curo affatto, il mercato saprà selezionare … Ma c’è ancora qualcuno che vuole veramente lasciare agire il mercato?
Pubblicata il 23/10/2007
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Titolo del periodico: Rivista Internet di Viticoltura ed Enologia
Editore e proprietario: Vinidea Srl
Registro Stampa - Giornali e Periodici: iscrizione presso il Tribunale di Piacenza al n. 722 del 02/03/2018
ISSN 1826-1590
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