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Perché chi si occupa di vino non usa il plurale ?

di Gianni Trioli

Carlo Petrini di Slow Food a “Che tempo che fa” spara a zero sui chips e sulle “nuove tecnologie”, indicandole come causa di perdità d'identità del vino italiano. La delegazione di Forza Italia a Bruxelles protesta per l’approvazione dell’uso dei trucioli. Marini e Realacci firmano una petizione per tutelare il “tradizionale” invecchiamento in botti. In queste occasioni, mi trovo nella situazione paradossale di essere contemporaneamente in perfetto accordo ed in completo, assoluto disaccordo. La ragione sta nel diffuso uso del “singolare” invece che del “plurale”. Se continuiamo a parlare del “vino italiano”, al singolare, invece di "vini italiani", al plurale, continueremo a fare una gran confusione, nella politica, nelle strategie di sviluppo aziendale, nella comunicazione e nel rapporto di fiducia con il consumatore. L’Italia produce circa 50 milioni di ettolitri, di cui solo il 25% circa sono DOC e DOCG. Il 62% della superficie vitata italiana è classificata per la produzione di vino da tavola, ed in questa categoria stanno circa 650.000 aziende agricole, l’85% del totale, con quasi mezzo milione di unità lavorative annue (dati 2000, rapporto del DG Agri EU febbraio 2006). Quando parliamo dei 12-13 milioni di ettolitri di vini DOC e DOCG, è sicuramente positiva una legislazione restrittiva, anzi forse dovrebbe esserla ancora più dell’attuale: rese ed estensioni di vigneto sotto rigido controllo, tecnologie di vinificazione ragionevolmente legate alla tradizione, ricerca assoluta della tipicità (quando questo non significa difetti evidenti). Bene comunicare sul territorio, sulla cultura, sulle tradizioni locali, sugli abbinamenti enogastronomici della regione … è la nostra assicurazione per il futuro, la migliore protezione contro la concorrenza. Ci sarebbe da discutere sulla capacità che hanno i singoli consorzi o istituzioni locali – in formazione sparsa - di far conoscere e riconoscere su un mercato internazionale ogni singola denominazione, ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe lontano. Questa fetta della produzione di vino italiano “di qualità” è molto preziosa, rappresentata da prestigiose etichette ed aziende, essenziali per l’immagine dell’Italia nel mondo. Speriamo che cresca, prosperi, sia anche quantitativamente sempre più importante. Ma non è tutta la produzione italiana. Che vogliamo fare dell’altro vino ? I circa 35 milioni di ettolitri di “altro vino” – che non potranno mai trasformarsi tutti in “vino di qualità” - meritano più considerazione. A livello aziendale, perché spesso i “grandi vini” si fanno grazie alla spina dorsale economica degli “altri vini”. A livello sociale, perché centinaia di migliaia di piccoli viticoltori, conferenti di cantine sociali o di aziende vinicole, vivono, almeno in parte, del reddito proveniente dall’”altro vino”. Se non ci interessa il loro reddito, almeno ci può interessare il loro presidio del territorio, spesso in zone dove la vite è l’unico coltura praticabile. A livello strategico, perché i grandi numeri sul mercato mondiale del vino si fanno con prodotti di questa categoria, e ci sono tanti mercati in grado di accogliere vini ben fatti e con prezzo competitivo: se è vero che in Europa la crescita nelle vendite si basa soprattutto sui vini VQPRD ed il vino da tavola è in calo, è altrettanto vero che tutto il Nuovo Mondo sta crescendo molto più di noi e proprio in questi segmenti. Sono più bravi nel marketing, hanno costi di produzione inferiori, possono usare tutte le tecnologie che vogliono … tutto ciò è vero, ma in Europa non abbiamo forse abbandonato il vino da tavola al suo – infelice – destino ? Per decenni si è parlato di politiche di sviluppo del vino pensando ai DOC. Le uniche vere azioni a sostegno del vino da tavola sono stati gli aiuti alla distillazione, allo spianto dei vigneti, all’abbandono della coltura, se di sostegno si può parlare. Siamo sicuri che liberalizzando la produzione in vigna ed in cantina (rese, irrigazione, varietà, pratiche vinicole ecc.), solo ed esclusivamente per i vini da tavola, non sia possibile produrre vini igienicamente ineccepibili, con costi di produzione competitivi e di qualità costante almeno comparabile a quella dei vini australiani che stanno facendo furore in UK e USA ? Non sarebbe possibile aiutare questo vino all’estero con un’azione imponente sul Made in Italy che serva loro da marchio ombrello ? Non sarebbe bene cercare di frenare il calo del consumo di vino anche in Italia, difendendo il vino da chi vuol farlo passare per “roba da alcolisti”, e dandogli una sua dignità come semplice bevanda piacevole ed economica, che fa bene alla salute se bevuta con moderazione (questo vale anche per la Coca Cola, il latte, il succo d’arancia), ed in più importante per l’economia nazionale, quindi da preferirsi a birra, sode & C. ? La politica “al singolare”, trattando il vino italiano come fosse tutto Barolo o Brunello, ha sacrificato il vino da tavola: gli ha imposto regole restrittive, limiti alle superfici d’impianto ed alle varietà utilizzabili, alle pratiche viticole ed enologiche. Lo ha portato fuori mercato. Inoltre ha imposto al consumatore un’immagine del vino come preziosità da iniziati, togliendogli la spontaneità e la semplicità che ne hanno caratterizzato il consumo per migliaia di anni. Non è possibile avere due quadri normativi distinti ? Uno restrittivo, tradizionalista, ben controllato per DOC e DOCG, ed un altro liberista, pragmatico, che ubbidisce solo alla sicurezza del consumatore ed alle leggi di mercato, per dare un futuro al vino da tavola italiano, che non sia fatto solo di sovvenzioni pubbliche ?
Pubblicata il 07/06/2006
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Titolo del periodico: Rivista Internet di Viticoltura ed Enologia
Editore e proprietario: Vinidea Srl
Registro Stampa - Giornali e Periodici: iscrizione presso il Tribunale di Piacenza al n. 722 del 02/03/2018
ISSN 1826-1590
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