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Una tempesta in un bicchiere di vino…

di Vittorio Portinari

La nuova riforma, ovvero, come imparai a non preoccuparmi e ad amare l’OCM. Paura, paura, paura… i viticoltori italiani hanno paura: il nuovo avanza e il terrore si diffonde a contaminare gli italici terrazzamenti. È la nuova OCM vino che porta in dote la definizione dei vini varietali, i marchi DOP e IGP, la liberalizzazione dell’indicazione del vitigno e dell’annata sui vini generici. Il nostro patrimonio vitivinicolo di qualità è perduto? La concorrenza con gli stranieri ci distruggerà? OCM Se non siete esperti di legislazione vitivinicola rischiate di perdervi in un ginepraio: OCM, vini varietali, nomi in etichetta, IGT, DO, DOP e IGP… avete capito di cosa si sta parlando? Meglio fare chiarezza: OCM è l’acronimo di Organizzazione Comune di Mercato, un ente definito dall’Unione Europea per promuovere lo sviluppo e la concorrenza nel mercato e nella produzione e vendita di beni (nell’Unione e verso paesi terzi). Le OCM sono state pensate per garantire la stabilità dei mercati, l’incremento della produttività agricola e l’adeguamento del tenore di vita degli agricoltori a quello degli altri settori produttivi. Ne discende che ogni settore produttivo agricolo europeo ricade in una OCM la quale, ovviamente, persegue gli obiettivi indicati dalla politica agricola comune (PAC): sono regolamentati i cereali e le carni bovine, il riso e il tabacco, lo sono le banane e lo zucchero. E anche il vino. Avanti piano… Se fosse in corso, ipoteticamente parlando, uno scontro tra il Bene Assoluto e il Male Assoluto e dovendo scegliere tra quali schiere in lotta le OCM debbano ricadere, voi dove le posizionereste? Se l’OCM può prevedere premi alla produzione e meccanismi d’intervento, se può attuare un regime d’intervento e/o istituire per il prodotto da promuovere una protezione doganale, allora le OCM fanno “del bene”. Se le OCM si attivano affinché i produttori abbiano aiuti e/o premi, se concorrono a fissare prezzi unici su tutti i mercati europei per i prodotti agricoli, se servono a istituire meccanismi per il controllo della produzione allora significa che esse sono strumenti di crescita: è indubbio, ma allora perché la liberalizzazione dell’indicazione del vitigno e dell’annata sui vini generici è percepita come una scelta tanto negativa? Perché si deve avere paura di una struttura il cui scopo è quello di innescare circoli virtuosi? La paura fa 90 Uno dei motivi scatenanti il terrore sta nel fatto che con la riforma OCM le denominazioni di origine italiane (DOCG, DOC e IGT) confluiranno nei corrispondenti marchi europei, ovvero DOP e IGP (Denominazione di Origine Protetta e Indicazione Geografica Protetta) e si teme che questo possa causare un contraccolpo sulle vendite e sulla commercializzazione del vino. Attenzione: sembra che il problema sia formale e non sostanziale; il punto non è mettere in discussione la qualità dei prodotti italiani, ma piuttosto il riconoscimento degli stessi prodotti come tali. Uhm… percepire la nuova OCM solo attraverso la lente del marketing mi pare deformante, al contrario, io credo che l’introduzione delle nuove sigle europee, le stesse sigle che già disciplinano i prodotti alimentari, non toglierà nulla all’appeal del vino italiano, esso verrà inserito all’interno di un contesto europeo, che non significa solo obblighi da rispettare, ma anche nuovi livelli di riconoscimento e maggiore garanzia per il consumatore. In una parola, opportunità. Senza contare poi che, grazie all’intervento del Ministero, i vini italiani che già si fregiano delle DO nazionali manterranno le menzioni tradizionali specifiche; di fatto verrà aggiunto un marchio a quelli esistenti. Cosa cambia? Che a partire dal primo di aprile del 2009 il momento e il luogo decisionale in riferimento alla concessione delle denominazioni, non sarà più Roma, ma Bruxelles, non più il Ministero, ma la Commissione, proprio come succede ora per tutti quei prodotti agro alimentari a marchio DOP e IGP. Si allungheranno i tempi? Non credo che nessuno possa, a priori, affermare che ciò configurerà uno scenario peggiore. Altro giro, altro marchio: cosa significano DOP e IGP Le sigle DOP (Denominazione di Origine Protetta) e IGP (Indicazione Geografica Protetta) nascono nel 1992 (reg. CEE 2081/92) con lo scopo di regolamentare, tramite un disciplinare, la produzione e l’etichettatura dei prodotti. I marchi DOP e IGP garantiscono il processo produttivo, dall’origine alla provenienza delle materie prime, dalla localizzazione alla tradizionalità del procedimento. Per poter ottenere la certificazione, il prodotto deve essere conforme alle leggi italiane e comunitarie e seguire le regole del disciplinare: queste regole rappresentano l’essenza stessa della certificazione poiché definiscono le qualità garantite al consumatore finale del prodotto certificato. Il regolamento comunitario specifica due condizioni irrinunciabili per consentire l’utilizzo dell’appellativo: la prima è che le particolari qualità e caratteristiche del prodotto devono essere dovute all’ambiente geografico del luogo d’origine (intendendo anche i fattori umani, come le conoscenze e le tecniche locali). La seconda è che la produzione delle materie prime e la loro trasformazione fino al prodotto finito devono essere effettuate nella regione delimitata di cui il prodotto porta il nome. Dove si va? Alla luce di cosa significhi ottenere il marchio DOP e IGP, parlandone in riferimento al vino, quello che succederà è l’allargarsi della forbice tra i vini a marchio certificato e quelli generici, privi di legami con il territorio. Aumenterà il numero dei concorrenti, ma se la società nella quale viviamo è capitalistica allora dobbiamo accettarne le regole, i vantaggi e gli svantaggi. Insomma, se il capitalismo è un sistema economico in cui i beni capitali appartengono a privati individui, la competizione rappresenta il carburante dell’evoluzione; una volta che vengano stabilite delle regole sociali (dallo Stato o, nel nostro caso, dall’unione di più Stati, la Commissione), fatto stante l’ombrello della Legge, ogni produttore ha il diritto/dovere di cercare la migliore soluzione per lo sviluppo e la prosperità della propria attività. Se decido di produrre un vino da tavola, generico, legalmente corretto, senza legami con il territorio, non commetto reato né atto impuro; occupo un segmento di mercato. Se, invece, produco di qualità, investo per avere delle bottiglie migliori, spendo per i tappi migliori, per le etichette, per la vendemmia verde e per la mia cultura e quella di chi mi berrà, se amo il mio territorio, quindi ottempero alle condizioni del disciplinare, ottengo il marchio DOP e sono già DOCG, allora occupo un altro segmento di mercato. Né meno, né più dignitoso, con un prezzo alla vendita (e produzione) diverso, ma non migliore o peggiore per partito preso. Problema c’è, se c’è inganno o truffa, se si produce Roma e si vende Toma. Questione di scelte… L’introduzione della nuova OCM vino obbligherà ogni produttore a compiere delle scelte per poter definire quale sia la categoria alla quale appartiene il proprio vino e in definitiva per capire che cosa la propria azienda voglia fare: cosa voglio produrre? Cosa mi conviene produrre? Con chi sarò in competizione? Argentini e cinesi saranno più bravi di me? Riusciranno ad avere un prezzo più basso del mio? Scelgo il prezzo o scelgo la qualità? Sinceramente, non mi sembra così sbagliata una regolamentazione che spinga verso scelte chiare e precise, ciò detto sia rispetto ai consumatori sia rispetto ai produttori. Chi oggi si trova nella terra di mezzo, sarà costretto ad avvicinarsi a una delle due sponde, vini di qualità legati al territorio e alle tradizioni e peculiarità territoriali o vino varietale, con indicazione di annata e vitigno. Oppure rimane la categoria dei vini generici: tanto per parafrasare un noto detto, “basta che sia potabile”. Tutto a posto, niente in ordine John W. Gardner, scrittore statunitense e consigliere del presidente Johnson, disse: “Ci troviamo continuamente di fronte a una serie di grandi opportunità brillantemente travestite da problemi insolubili”. Se la nuova OCM vi pare un problema, provate a capovolgere la vostra visione, forse diventerà un’opportunità. Innanzitutto, come già abbiamo detto, gli appellativi di qualità italiani non scompariranno, anzi potranno essere usati in abbinamento o in sostituzione delle relative espressioni comunitarie. Sottolineato: usati in abbinamento o in sostituzione delle relative espressioni comunitarie. Non avverrà alcun accorpamento riguardante le denominazioni già esistenti né avverranno cancellazioni; e le DO riconosciute entro la data del 31 luglio 2009 saranno automaticamente registrate nel registro europeo. Un altro punto dolente per i produttori è la concorrenza che andrà a nascere tra i vini italiani DO e IGT indicati per tradizione con il vitigno e i vini cosiddetti varietali; il problema è labile poiché l’uso dei vitigni autoctoni (ovvero la cui presenza è rilevata in aree geografiche delimitate nel territorio nazionale) sarà limitato ai vini DO e IGT. Ultimo, ma non meno importante, la riforma è l’occasione per mettere mano al sistema giuridico di regolamentazione del nostro mercato vitivinicolo: preghiamo fratelli, affinché sia giunta l’ora delle semplificazioni. Amen. E l’ultimo chiuda la porta… Non si tratta solo di difendere o di condannare le nuove regole: in democrazia ci si dà delle regole, quindi si applicano. Se non vanno bene, si cambiano. Punto. Non abbiate paura, ma piuttosto partecipate al cambiamento/rinnovamento, sentitevi parte della società civile piuttosto che esseri non senzienti privi della possibilità di modificare il proprio destino. Per buttarla sul pratico: appare evidente come nel processo di riconoscimento DOP/IGP sia rilevante l’area geografica oltre che il legame con il territorio, quindi nella produzione degli spumanti italiani la presa di spuma è da considerarsi parte del processo di vinificazione o meno? Un sì o un no cambiano pesantemente lo scenario, poiché questo procedimento in Italia è tradizionalmente delocalizzato; sicuramente essa sarà considerata un processo esterno, quindi nessun problema per la concessione degli appellativi. Non so se sia giusto o no, né so quale sia la soluzione migliore: ogni scelta sottintende una motivazione, potremmo discutere di vecchie scelte miopi o di nuove decisioni proterve, ma in ogni caso credo che sia auspicabile e fondamentale un nuovo corso caratterizzato da certezza dei diritti e certezza delle pene. Il futuro si costruisce su fondazioni solide. Oserei dire certe.
Pubblicata il 03/07/2009
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Titolo del periodico: Rivista Internet di Viticoltura ed Enologia
Editore e proprietario: Vinidea Srl
Registro Stampa - Giornali e Periodici: iscrizione presso il Tribunale di Piacenza al n. 722 del 02/03/2018
ISSN 1826-1590
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