Tante imitazioni? Tanta fama! Questa è la più corretta premessa che, chiunque si occupi di falso made in Italy, dovrebbe anteporre a qualsiasi discorso. Comunque il tema è di grande attualità, anche perché, la classe politica (o similpolitica) che è contigua all’ambiente del vino, non sapendo mai come vanno veramente le cose, ed affascinata dal neologismo “agropirateria” che usa oramai fino alla nausea, ha trovato un altro cavallo di battaglia con cui campare di “chiacchiere” per un po’ di tempo. L’argomento venne già prepotentemente a galla almeno un paio di anni orsono, con il regolamento europeo numero 316, normativa che ha abbassato il livello di tutela comunitaria di alcune menzioni tradizionali impiegate in ambito enologico. Subito il mondo del vino gridò allo scandalo ed allo sfacelo, profetizzando che milioni di bottiglie americane o australiane avrebbero usurpato nomi quali ‘Gutturnio’ (la frase si commenta da sola, più che una minaccia riecheggia come un irraggiungibile auspicio) o ‘Vin Santo’ o ‘Superiore’, oppure ‘Amarone’ o ‘Recioto’. Alcuni consorzi, consapevoli di gestire menzioni dall’elevato valore sul mercato del vino, sono prontamente corsi ai ripari registrando tali diciture come marchi commerciali nei paesi di interesse strategico per le esportazioni. In ogni caso, probabilmente anche grazie alle contromisure, la preannunciata disfatta a causa della minore protezione comunitaria non si è poi verificata. Ora il problema ritorna, per altri versi, su vini che hanno conosciuto un successo notevole negli ultimi anni; il Prosecco ne è un valido esempio. Il consorzio del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene ha infatti recentemente lanciato l’allarme denunciando che tanti vini, all’estero, copiano, scimmiottandolo nel nome (es. Rosecco, Secco, Pro-sekt…) questo spumante di successo. Intanto balza evidente agli occhi che mentre ‘Conegliano-Valdobbiadene’ è difendibile, ‘Prosecco’ non lo è perché è un nome varietale e come tale impiegabile da tutti. Ciò non è una novità. Esiste però una attuale ulteriore sottolineatura di questa problematica, infatti, la Ocm prossima ventura, potrebbe (stando ad indiscrezioni) permettere di indicare in etichetta il nome della varietà anche nei vini da tavola. Questo, stando a molti, Federdoc in testa, sarebbe la fine delle nostre denominazioni. Il problema esiste, ma meglio sarebbe smetterla di usare toni allarmistici per tutto e tutti. Se basta poter indicare un nome varietale in etichetta (cosa peraltro talmente logica da non riuscire a giustificare il contrario) per cancellare i pregi della vitienologia italica, allora vuole dire che la nostra fama è talmente effimera da meritare di essere stroncata! La cosa più certa di tutte, e che nessuno sottolinea, è che non esiste alcun prodotto, ivi compresi quelli unici ed eccellenti, che possa sottrarsi all’organizzazione. La contraffazione è un problema reale ma talvolta infatti rischia di diventare un alibi. Occorre prima essere più bravi nel marketing e nell’export. Facciamo un esempio extra enoico, per non irritare nessuno: il Parmigiano reggiano, prodotto la cui eccellenza è insindacabile, è all’80% consumato in Italia, e al 70% nella stessa area di produzione: ciò vuol dire che non è ben organizzato per raggiungere i mercati del mondo, e questo non è colpa dell’agropirateria! E il Parmesan che fanno i tedeschi o le copiature canadesi di questo formaggio certamente intanto coprono un vuoto distributivo, ovviamente in modo fraudolento, ma perché noi vi lasciamo lo spazio d’azione. Fra le priorità vere quindi l’esigenza di strutturarsi per poter raggiungere efficacemente i mercati; distribuire i prodotti veri è il modo migliore per frenare la diffusione dei prodotti falsi!