Non necessariamente biologici e nemmeno per forza biodinamici, ma i vitivinicoltori non potranno più ignorare le istanze di un consumatore sempre più preoccupato per l’ambiente. Badate bene che non basta ripondermi che la stragrande maggioranza di noi non compra i prodotti sulla base di certificazioni dell’ecosostenibilità (anche se uno studio citato più avanti dimostra il contrario); il problema si porrà più a monte, a livello di distribuzione. Semplicemente sarà sempre più difficile essere accettati da buyer che, fosse solo per motivi comunicazionali, tendono già da ora ad inserire negli assortimenti dei supermercati preferibilmente marchi eco friendly. Qualche esempio? È recentissimo l’annuncio della sottoscrizione, da parte della federazione francese del commercio e della distribuzione alimentare (Fecd), di un accordo con il Ministero dell’Ambiente che prevede la trasformazione ecosostenibile del mercato. Ovvero riduzione ulteriore del volume degli imballaggi (operazione iniziata già nel 2003 e che sta dando risultati importanti), significativo aumento del riciclaggio di carta, cartoni e vetro e serrato contenimento dei costi di trasporto e refrigerazione delle derrate. Jerome Bédier, presidente dell’associazione, ha dichiarato che si prevede di raddoppiare in un triennio il numero di prodotti sostenibili che i consumatori francesi possono trovare all’interno dei negozi, valutando anche la possibilità di creare appositamente un marchio eco friendly. Capricci di una certa (tutta!) politica oramai in affanno? Non proprio, o almeno non solo. Uno studio pubblicato su Greenplanet ha riscontrato come la metà degli americani valuti l’impatto ambientale di un prodotto prima di acquistarlo. La ricerca, condotta da Information Resources Inc di Chicago su un campione di 22.000 consumatori dimostra inequivocabilmente come, perlomeno nella metà degli intervistati, gli acquisti siano orientati da almeno uno tra i seguenti fattori: ‘biologico’, ‘prodotto eco-friendly’, ‘confezione a basso impatto ambientale’ e ‘trattamento equo e solidale di lavoratori e fornitori’. Ciò, badate bene, non solo in riferimento ad una classe di giovinastri ‘radical scic’ ma, e qui sta la novità, soprattutto nei consumatori dai 55 anni in su. In sostanza si tratta ora di rendersi conto che la sostenibilità ambientale è uscita dalla nicchia ed è diventata uno dei criteri principali di scelta di una grossa fetta di consumatori. Ciò nei fatti e prescindendo da eventuali discussioni più o meno dottorali sull’argomento; a nulla serve infatti ragionare sulla razionalità o meno dei comportamenti d’acquisto, meglio invece prenderne semplicemente atto. Cosa che ad esempio hanno fatto i vitivinicoltori neozelandesi, che hanno adottato un piano strategico di sostenibilità dei vini. La New Zealand Winegrowers Association, è notizia recente, ha allertato tutti propri aderenti dichiarando che se le aziende vinicole non saranno in grado di produrre e commercializzare vini biosostenibili non troveranno più spazio sui mercati internazionali e rischieranno assai concretamente di vedersi azzerati gli acquisti da parte delle catene della grande distribuzione britannica, loro principale destinazione. È così partito un piano che mira, entro il 2012, a rendere riconducibile ad uno status di sostenibilità la filiera vitienologica neozelandese, con interventi, finanziati, a partire dai vigneti. In sostanza, mentre essere biologici o biodinamici rimane una scelta che deve affondare anche e soprattutto in particolari convinzioni personali, ed estrinsecarsi in rigide modalità operative, essere ecosostenibili diviene un naturale modo di concepire la produzione, qualsiasi essa sia. In questo senso andranno riorientate tutte le scelte aziendali partendo dalla vigna ma ponendo da subito maggiore attenzione alle caratteristiche immediatamente visibili al consumatore, quali il tipo di contenitore, il tappo, l’etichetta e le informazioni su di essa riportate.
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